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Modernismo e oltre
Modernismo e coscienza
Il modernismo è plurale, ma resta unito da un principio fondamentale: il senso nasce dalla coscienza.
All’interno di questa costellazione, William Faulkner occupa una posizione decisiva. Faulkner mette in crisi l’io, ma non lo sostituisce con sistemi esterni. L’io, nei suoi romanzi, è instabile, ferito, contraddittorio, insufficiente — ma resta il luogo in cui il senso si produce. Non è più un io compatto, ma è ancora un io generativo.
Oltre l’io: sistemi e strutture
Nel secondo dopoguerra, soprattutto tra gli anni Quaranta e Cinquanta, nella narrativa americana emerge un’altra direzione. Il problema non è più soltanto come l’io percepisce il mondo, ma se l’io sia ancora il luogo del senso.
In molti autori successivi, l’io non è più un centro né un garante. Non è più un’origine, ma un effetto. Il senso non nasce dalla coscienza, bensì da reti, linguaggi, strutture, codici, archivi, istituzioni, entropie e rumori. L’io diventa un nodo, non una fonte. Non crede più in sé stesso perché non possiede più alcuna autorità ontologica.
Una posizione autoriale
Faulkner, invece, resta fedele a un’altra postura. Anche nei suoi romanzi più tardi, non delega il senso ai sistemi: lo fa emergere dalla coscienza, anche quando quella coscienza è fratturata. È un io che non crede nella propria stabilità, ma continua a credere nella propria necessità.
Mi colloco in questo processo narrativo. Assorbo Faulkner e altri modernisti e ne proseguo la traiettoria: non affido il senso a strutture esterne, ma lo faccio nascere dalla coscienza, anche quando è attraversata da fratture, opacità e contraddizioni.
È un io fragile, ma responsabile. Non stabile, ma ancora generativo.