Coscienza generativa
Il principio centrale della mia narrativa è questo: la protagonista non subisce la vicenda, la rende possibile. Non è un punto di vista sul mondo narrativo ma la sua condizione di esistenza. Il mondo non precede la coscienza e non viene interpretato da essa: prende forma mentre la coscienza agisce.
Non siamo nel realismo psicologico, dove il mondo esiste e la coscienza lo spiega; né nel modernismo percettivo, dove il mondo accade e la coscienza lo registra. Qui la coscienza istituisce. Gli oggetti, gli spazi, i personaggi non sono ambienti né alterità: sono effetti ontologici generati dalla pressione interna dell’io.
La protagonista non descrive: definisce.
Non osserva: produce.
Non interpreta: stabilisce condizioni di esistenza.
La sua è una coscienza ferita, instabile, in caduta, ma necessitante coerenza. Non tollera l’indeterminatezza e per non dissolversi genera figure, ruoli, scenari, simboli. Non si tratta di un gesto psicologico ma ontologico: è un io che si salva producendo mondo.
Di conseguenza i personaggi non sono davvero altri. Non possiedono autonomia psicologica: sono funzioni drammatiche. Vengono delimitati, mitizzati, condannati o sacrificati. Non evolvono, cambiano posizione. Sono atti dell’io resi figura.
Anche gli spazi non sono luoghi ma condizioni operative. Appaiono quando serve un certo regime di esperienza e scompaiono quando non è più necessario. Non sono scenografie: sono modalità temporanee di esistenza della coscienza.
Stabilità e frattura
La forma del testo nasce da un paradosso: la stabilizzazione non elimina la frattura, la produce.
La coscienza non si rompe perché cambia prospettiva, ma perché porta la propria coerenza fino al punto in cui diventa insostenibile. Non c’è moltiplicazione dell’io, né variazione di registro, né ambiguità simbolica deliberata. Esiste invece una pressione ontologica continua che incrina la forma dall’interno.
La voce resta la stessa.
È la sua capacità di fondare il reale che progressivamente cede.
La frattura non è stilistica ma ontologica: il linguaggio non viene sostituito da un altro linguaggio, è lo stesso linguaggio che eccede la propria possibilità di garantire ciò che afferma.
Il testo non mostra l’impossibilità attraverso la variazione ma attraverso la perseveranza. La stabilità diventa la prova della propria insufficienza.
Esperienza di lettura
Il lettore non deve adattarsi a nuove modalità espressive; resta nella stessa modalità mentre perde fiducia nella sua stabilità. Non prova spaesamento ma logoramento. Non incontra sorpresa ma inevitabilità incrinata. Non attraversa discontinuità ma collasso interno.
La domanda non diventa “cosa succede alla narratrice”, bensì “quale mondo riesce ancora a restare possibile mentre parla”.
Definizione
Non un io nel mondo, né un mondo nell’io: il mondo come operazione dell’io.
La mia teoria narrativa appartiene a una linea di modernismo analitico in cui la frattura nasce dalla saturazione e non dallo spostamento: la coscienza istituisce il reale per non dissolversi, ma proprio questa necessità porta progressivamente alla sua incrinatura.